La riscoperta di antichi vitigni, ormai dimenticati, è una pratica che da sempre stuzzica la mia attenzione, per una miriade di ragioni. In primis, per la curiosità di approcciarsi a qualcosa che ha un passato, una tradizione, e domandarsi perché fosse quasi scomparso. Ma anche per un sentimento di “nostalgico romanticismo“. Riprendere la coltivazione di un vitigno autoctono, indissolubilmente legato ad un territorio, che aveva fatto perdere le proprie tracce significa voler riaccendere la luce su una pagina di storia e tradizione che rischiava di andare perduta.

L’uva Catalanesca, infatti, già negli ultimi anni del Quattrocento venne individuata in Campania e, precisamente, nell’area vesuviana da numerosi ampelografi. Ed è questo, infatti, il suo territorio d’elezione: il Vesuvio.

Ed è proprio qui che Domenico Ceriello, insieme a Ciro Giordano e ad Andrea Cozzolino delle Cantine Olivella, coltivano la loro Catalanesca, precisamente a Sant’Anastasia (NA), sul versante Nord del vulcano. Partendo dallo studio di micro-vinificazioni per il recupero di questa antica tradizione, sono giunti, solo nel 2007, all’iscrizione della Catalanesca nel Registro Nazionale delle varietà di vite.

E pensare che, in passato, quest’uva veniva utilizzata quasi esclusivamente come uva da tavola! Sebbene, i maggiori ampelografi campani erano convinti della sua attitudine enologica.

Quella dell’iscrizione nel Registro Nazionale fu solo la prima tappa verso l’importante traguardo, raggiunto nel 2011, costituito dal riconoscimento della IGT “Catalanesca del Monte Somma”.

Il Katà viene ottenuto, quindi, da uve Catalanesca in purezza vinificate, ovviamente, in bianco. La maturazione avviene in serbatoi d’acciaio a temperatura controllata. Segue, poi, un periodo di affinamento “sur lies” in acciaio per tre mesi, prima che il vino venga definitivamente imbottigliato.

Note di degustazione

Di un colore giallo paglierino carico con qualche accennato riflesso dorato, al naso sprigiona profumi fruttati di albicocca, ananas, ginestra e camomilla, che lasciano spazio ad una nota finale di mandorla. Al palato, emerge con forza una decisa impronta minerale, peculiarità dei terreni vesuviani, controbilanciata da buone acidità e freschezza.

Il Katà si accompagna bene ai piatti tipici della cucina campana, a base di pesce e frutti di mare, sia crudi che cotti, ma la sua struttura consente abbinamenti anche più “azzardati” accanto a carni bianche ben condite, come il coniglio in umido.

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