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Addio a Jacques Beaufort, il vignaiolo che ha cambiato il modo di pensare lo Champagne

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La scomparsa, lo scorso 27 gennaio, di Jacques Beaufort segna la fine di una delle figure più emblematiche dello Champagne contemporaneo. Non solo vignaiolo, ma vero e proprio sperimentatore, Beaufort è stato tra i primi a mettere in discussione il modello produttivo dominante in una delle regioni vinicole più celebri al mondo, anticipando di decenni il dibattito sulla sostenibilità e sull’identità del vino.

In un contesto storicamente legato a rese elevate e a pratiche agricole intensive, Beaufort scelse una strada diversa. A partire dagli anni Settanta, iniziò ad abbandonare progressivamente l’uso della chimica di sintesi, orientandosi verso una viticoltura basata sull’osservazione del vigneto, sulla prevenzione naturale e sul rispetto dell’equilibrio del suolo. Una decisione controcorrente che, all’epoca, lo rese una figura isolata ma visionaria.

Una visione agricola prima che enologica

Il lavoro di Jacques Beaufort nasceva da una convinzione profonda: la qualità del vino non può prescindere dalla salute della terra. Nei suoi vigneti in Champagne, in particolare nelle zone di Ambonnay e Polisy, applicava pratiche che oggi definiremmo biologiche o biodinamiche, ma che per lui erano semplicemente buon senso agricolo. Il vigneto veniva trattato come un organismo vivo, in cui ogni intervento doveva essere misurato e giustificato.

Questo approccio si rifletteva anche in cantina, dove Beaufort privilegiava fermentazioni spontanee e interventi minimi, lasciando che il vino evolvesse secondo i propri tempi. Il risultato non era uno Champagne “facile”, ma un prodotto capace di esprimere carattere, profondità e una forte impronta territoriale.

Champagne autentico e fuori dagli schemi

Le bottiglie firmate Jacques Beaufort hanno sempre occupato una posizione particolare nel panorama enologico. Lontane dagli standard più levigati e uniformi, le sue cuvée erano apprezzate per la loro schiettezza e per la capacità di raccontare l’annata senza filtri. In questo senso, Beaufort ha contribuito in modo significativo alla diffusione di un’idea di Champagne autentico, capace di parlare a un pubblico curioso e consapevole.

Un’identità fondata su due territori complementari, distanti ma uniti dalla stessa visione. Ad Ambonnay, nella Montagne de Reims, i vigneti Grand Cru su suoli gessosi danno vita a Champagne profondi, eleganti e longevi: qui nasce l’etichetta simbolo della famiglia. A Polisy, nella Côte des Bar, il suolo kimmeridgiano regala vini più immediati, minerali e vibranti. Due anime, stesso equilibrio tra Pinot Noir e Chardonnay, per un racconto di terroir autentico e coerente.

L’eredità di Jacques Beaufort

L’impatto di Jacques Beaufort va oltre le bottiglie prodotte. Il suo lavoro ha influenzato un’intera generazione di vignaioli, in Francia e non solo, aprendo la strada a un modo diverso di intendere lo Champagne: meno industriale, più agricolo, più legato al concetto di terroir. Oggi molte delle pratiche che lui adottava in solitudine sono diventate punti di riferimento per la viticoltura sostenibile.

La sua scomparsa rappresenta un momento di riflessione per il mondo del vino. Beaufort lascia in eredità un pensiero, prima ancora che uno stile produttivo: quello di uno Champagne che nasce dalla terra e torna alla terra, senza compromessi. Un messaggio che resta attuale e che continua a ispirare chi vede nel vino non solo un prodotto di lusso, ma un’espressione culturale e agricola profonda.

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