Tra calo dei consumi e tutela dell’identità territoriale il Piemonte del vino è entrato in una zona di turbolenza che non si vedeva da anni. A lanciare l’allarme sono stati alcuni tra i principali consorzi regionali, intervenuti in Consiglio regionale per denunciare una crisi che unisce squilibri strutturali e frenata dei mercati. Nel calice, oggi, si mescolano scorte in crescita e consumi in calo: un cocktail che rischia di pesare su tutta la filiera, dalle colline alle cantine.
Tra le denominazioni simbolo come Barolo e Barbaresco, ma anche per Barbera d’Asti, Asti Spumante e Brachetto d’Acqui, il quadro è chiaro: l’offerta supera la domanda. Le giacenze di bottiglie hanno raggiunto livelli record, mentre il consumo medio pro capite continua a scendere, attestandosi intorno ai 20 litri annui.
Secondo i dati del Ministero dell’Agricoltura, dal 2019 le scorte di Barolo sono passate da 65 a quasi 75 milioni di bottiglie (+15%), quelle di Barbaresco da 19 a oltre 21 milioni (+14,7%). Numeri che hanno avuto un effetto immediato sui prezzi delle uve: la Camera di commercio di Cuneo registra ribassi consistenti, con punte che arrivano al -30% per alcune tipologie di Barbera d’Asti. Anche le uve destinate a denominazioni come Nebbiolo d’Alba e Langhe Nebbiolo hanno subito contrazioni significative.
Consumi in calo e export in affanno
Alla base della crisi ci sono diversi fattori. Da un lato, il progressivo ridimensionamento dei consumi negli ultimi cinque anni; dall’altro, le difficoltà sui mercati esteri. A pesare sono anche gli eventi climatici estremi e un clima culturale meno favorevole al vino, che ogni anno impone nuove sfide.
Il risultato è un sistema sotto pressione, dove anche le denominazioni considerate “premium” non sono più immuni dalle dinamiche di mercato. Alcuni consorzi propongono misure drastiche: dalla distillazione delle eccedenze per uso industriale fino a incentivi per chi decide di abbandonare l’attività viticola. L’obiettivo è alleggerire le scorte e riportare equilibrio nella filiera.
Sovrapproduzione e rischio svalutazione
Ma c’è chi invita a guardare più a fondo. Per molti produttori storici, la crisi attuale è anche il frutto di anni di espansione produttiva sostenuta da quotazioni elevate. Una fase di crescita che ha spinto a produrre sempre di più, talvolta oltre la reale capacità di assorbimento del mercato.
Il nodo, secondo questa lettura, non è solo la quantità ma il posizionamento. Quando vini iconici come Barolo e Barbaresco finiscono sugli scaffali della grande distribuzione internazionale a prezzi stracciati o in versione private label — con il marchio dell’insegna al posto di quello della cantina — il rischio è duplice: comprimere i margini e indebolire il valore percepito delle denominazioni.
Il caso del Barolo proposto a meno di dieci euro negli autogrill qualche anno fa aveva già acceso il dibattito. Oggi il fenomeno, seppur ridimensionato, continua a far discutere soprattutto nei mercati del Nord Europa, dove le logiche di volume prevalgono su quelle di identità territoriale.
Custodire l’eccellenza
Il punto, per molti osservatori, è trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e tutela del patrimonio vitivinicolo. Le colline piemontesi non producono solo bottiglie, ma cultura agricola, paesaggio, reputazione internazionale nel segno dell’identità territoriale.
Se la risposta alla crisi sarà solo quantitativa, il rischio è quello di una progressiva banalizzazione dell’eccellenza. Se invece il comparto saprà ricalibrare produzione, promozione e strategia commerciale, questa fase potrà trasformarsi in un necessario momento di assestamento.


