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Pompei, nasce l’azienda vitivinicola del Parco: l’eno-archeologia riscrive il futuro dell’antica città

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Non è più soltanto la suggestione di una vigna che rinasce tra le domus sepolte dal Vesuvio nel 79 d.C.: oggi a Pompei prende vita una vera e propria azienda vitivinicola unica al mondo. Il progetto, definito di “eno-archeologia”, nasce da un prestigioso partenariato pubblico-privato tra il Parco Archeologico e il Gruppo Tenute Capaldo (con le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco).

La presentazione ufficiale è avvenuta oggi a Roma, presso il Ministero dell’Agricoltura, in un incontro di altissimo profilo che ha visto protagonisti il Ministro Francesco Lollobrigida, il Sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel e il presidente di Feudi di San Gregorio Antonio Capaldo. A moderare il confronto, Daniela Scrobogna, presidente del Comitato Scientifico della Scuola di Alta Formazione FIS (Fondazione Italiana Sommelier) e Bibenda.

Conferenza stampa al Ministero dell’Agricoltura per la presentazione del progetto vitivinicolo di Pompei. Il Ministro Francesco Lollobrigida parla al podio, mentre i relatori Gabriel Zuchtriegel e Antonio Capaldo siedono al tavolo centrale. Sullo sfondo è visibile il logo "I ❤️ AMO LA CUCINA ITALIANA" e uno schermo con le immagini dei vitigni.
Roma, Ministero dell’Agricoltura: Gabriel Zuchtriegel e Antonio Capaldo presentano con il Ministro Lollobrigida la nuova azienda vitivinicola di Pompei

La ricerca scientifica: DNA e paesaggio

Il progetto poggia su basi scientifiche solidissime, frutto del lavoro dell’agronomo di fama internazionale Pierpaolo Sirch (responsabile produzione di Feudi di San Gregorio) e del professor Attilio Scienza dell’Università di Milano, massimo esperto mondiale del settore.

Attraverso l’analisi del DNA sui vinaccioli antichi e sul germoplasma attuale, la ricerca ha smentito molti miti “idealisti”. Un esempio? L’Aglianico non sarebbe di origine greca (da ellenico), ma spagnola (da lliano, pianura), con radici genetiche nelle viti selvatiche locali. La Campania si conferma uno scrigno di biodiversità con 56 profili molecolari originali, suddivisi in tre grandi gruppi: i vitigni del Casertano (Dodecapoli etrusca), quelli dell’Irpinia/Sannio e il ricco gruppo delle varietà ischetane e della Costiera.

Il ritorno dei vigneti romani: le quattro forme d’allevamento

Il Parco non sarà una semplice distesa di filari moderni, ma una ricostruzione fedele del paesaggio agrario antico descritto dai georgici latini come Columella e Plinio il Vecchio. Verranno ripristinate le antiche forme d’allevamento:

  1. L’Alberata (Rumpotinus): Di ispirazione etrusca, dove la vite si sposa con alberi vivi (olmi, aceri) creando festoni di vegetazione.
  2. La Raggiera: Modello dell’area del Greco di Tufo, con sostegni a scacchiera (4x4m) e vegetazione distesa su fili d’acciaio.
  3. La Spalliera (Alta e Bassa): Dedicata a Falanghina, Aglianico e Piedirosso, con pali di castagno a diverse altezze.
  4. La Pergola Pompeiana e Puteolana: Strutture in legno dedicate alle pregiate uve da tavola come l’Olivella e la Pizzutella.

Un’economia sepolta che torna a vivere

Dalla toponomastica (come Oplontis, che deriva dall’acero usato per sostenere le viti) agli affreschi della Casa dei Vettii, tutto a Pompei parla di vino. Prima dell’eruzione, l’area produceva vini celebri come il Vesuvium, il Murgentina (o Pompeiana) e la Vennuncula. Dopo il 79 d.C. e una fase di desertificazione climatica nel II secolo, queste tracce svanirono, portando nel Medioevo a denominazioni generiche.

Oggi, grazie a questo progetto, Pompei torna a produrre, trasformando la ricerca archeologica in una realtà agricola produttiva, capace di unire il prestigio dei grandi cru campani alla storia immortale del sito archeologico più famoso del mondo.

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