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Prosecco DOC: l’intesa tra UE e Australia fissa i nuovi confini delle bollicine

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Il lungo braccio di ferro commerciale tra Bruxelles e Canberra è giunto a un punto di svolta. Al centro dell’accordo di libero scambio non ci sono solo scambi di merci e abbattimento di dazi, ma la difesa di un’identità: quella del Prosecco. Per l’Italia, la partita non era economica, ma culturale, tesa a stabilire se un nome potesse appartenere a un vitigno o a un territorio.

Il risultato finale, come sottolineato dal presidente del Consorzio di Tutela Prosecco Doc Giancarlo Guidolin, è un equilibrio figlio di un dialogo iniziato oltre dieci anni fa. Non si tratta di una vittoria assoluta, ma di un pragmatismo necessario per ottenere un riconoscimento formale in un mercato, quello australiano, che ha sempre considerato il termine “prosecco” come una semplice varietà d’uva e non come un’indicazione geografica protetta.

Le regole di convivenza tra le produzioni di Prosecco DOC

L’intesa introduce regole precise per gestire la convivenza tra le produzioni veneto-friulane e quelle dell’altro emisfero:

  • Il periodo cuscinetto: Per i prossimi dieci anni la situazione rimarrà simile all’attuale, permettendo all’Australia di esportare dove la tutela della DOC non è ancora attiva.
  • La questione del mercato interno: Una volta a regime, il termine potrà essere utilizzato in Australia solo per il consumo locale, seguendo il modello già visto per l’ “American Champagne”.
  • Etichette “anti-errore”: Saranno imposti vincoli severissimi sul packaging per impedire che il consumatore globale possa confondere un vino australiano con l’originale italiano.

In un panorama dove il Prosecco ha toccato cifre record, con un valore di vendita che sfiora i 3,6 miliardi di euro, blindare la denominazione anche in territori storicamente ostili alle regole europee è un successo politico. L’accordo sancisce un principio fondamentale: il legame tra prodotto e terra d’origine non è negoziabile. Anche se il percorso verso una protezione totale sarà graduale, l’Italia incassa un precedente normativo che peserà in tutte le future trattative internazionali sull’agroalimentare.

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