La sala è silenziosa, come sempre dovrebbe essere quando si interroga il tempo attraverso il vino.
Ma il silenzio in questo caso è più denso, tattile: ci si guarda sottecchi dai 4 lati del grande tavolo. Non ci si vedeva da un po’ con il Tipicamente Wine Club, quasi quasi non ci si sperava più che questa occasione si sarebbe concretizzata… e poi forse potrebbe essere l’ultima, dopo 10 e più anni di assaggi memorabili e una quantità impareggiabile di cultura acquisita (arigatou gozaimasu Master Paolo de Cristofaro!).
Il silenzio è quindi una fragile tregua che non vuol essere infranta, quasi a voler congelare il tempo per non dargli la stura a rotolare via.
Ma le bottiglie aspettano, 15 soldatini allineati, testimoni dormienti di un’epoca che ci separa da noi stessi come un ponte gettato tra due millenni.
La prova della maturità: la sera che per tanti è stata spartiacque di una vita, la cui colonna sonora è sempre stata una e una soltanto; non sappiamo l’età delle bottiglie che ci aspettano… sapremo dopo che i decenni in campo sono quasi 2, un’età che per molti bianchi rappresenta il crepuscolo, ma che per il Fiano di Avellino si rivela essere soltanto una delle sue molteplici stagioni.
L’irpinia dei primi anni Duemila era un territorio in profonda trasformazione. Le cantine storiche stavano vedendo affiancarsi una generazione di produttori animati da una fervente urgenza.
Non si trattava soltanto di vinificare: era un atto di rivendicazione personale, di restituzione di dignità ad una storia troppo a lungo confinata ai margini della grande viticoltura italiana.
L’atlante sensoriale della maturità
Quando stappi una bottiglia che ha attraversato quasi due decenni, sai già che non puoi aspettarti più la freschezza primaria, il carattere immediato che seduce al primo sorso.
Cerchi la trasformazione, la metabolizzazione del tempo, quella lenta alchimia che solo certi vini sanno compiere.
E il Fiano di Avellino, non che ce ne fosse dubbio, si rivela nuovamente maestro di longevità.
I campioni provenivano da quelli che, all’epoca, erano i tre areali cardini della denominazione: Lapio, con i suoi versanti freschi e ventilati e i terreni ricchi di argilla e sedimenti vulcanici. Montefredane, i cui suoli profondi e variegati regalano una interpretazione più severa e mascolina. Summonte, declini impervi, altitudini importanti, roccia affiorante.
Una distribuzione geografica piuttosto eterogenea che permetteva di interrogare non solo il vitigno, ma il dialogo intimo tra Fiano di Avellino e territorio.
Al naso, questi vini hanno disvelato una complessità stratificata che sfida ogni facile categorizzazione. I toni affumicati e fumé emergono prepotenti in diversi campioni, quasi come una firma indelebile della maturità che qui assume declinazioni ora marine, ora vulcaniche, ora autunnali gastronomiche (leggasi castagna del prete).
I sentori idrocarburici, lungi dall’essere un difetto, parlavano di una nobile evoluzione, richiamando alla mente fuoriclasse della Mosella o dell’Alsazia.
Le erbe officinali (timo, salvia, talvolta persino assenzio) quelle aromatiche (rosmarino, basilico, menta) intessevano una trama olfattiva che oscillava tra il mediterraneo e l’alpino, riflettendo quella singolare posizione dell’Irpinia, sospesa tra due mondi climatici.
Una delle cose che più colpiva era la persistenza della frutta. Nonostante il lungo affinamento, gli agrumi rimanevano presenti, non più nella loro espressione giovane e vitaminica, ma evoluti in scorza candita, in confettura di bergamotto, in quella particolare nota di cedro e lime sotto spirito che richiama certi liquori monastici. Una solarità trattenuta, mai esuberante, sempre elegante.
La rivelazione della bocca
Se il naso prometteva complessità, era però la bocca a sigillare il verdetto definitivo.
E qui si compiva un piccolo miracolo: in tanti calici, una pienezza quasi insospettata, una ricchezza che sfatava uno dei luoghi comuni più resistenti sul Fiano di Avellino, quello della sua presunta gracilità strutturale. La bocca si mostrava tesa, vibrante, a volte quasi attraversata da una corrente elettrica, instillata da quel doppio passo acido/sapido che è il vero DNA del vitigno, quel “saldo salino grasso ed appagante” che diventa la firma riconoscibile anche quando tutto il resto si è trasformato.
L’alcol, a volte un filo sopra le righe, rimaneva per lo più integrato, quasi invisibile nella trama complessiva del vino, non coprendo né frenando la progressione gustativa.
In bocca rimaneva, per lunghissimi secondi, una verve misurata e sufficiente ad alimentare quel gioco di tensioni contrapposte che è il segreto di ogni grande vino dal passo lungo.
Certo, non tutte le bottiglie hanno superato la prova del tempo. Quattro o cinque campioni avevano oltrepassato il loro apice, scivolando in quella stanchezza che nessuna tecnica può arrestare. Due portavano il marchio inconfondibile del tappo difettoso – tra questi, con particolare amarezza, un Mastroberardino 1997 che all’aspetto attirava più di una attenzione, con un colore ancora luminoso e dai toni affatto scollinati.
Ma sono questi i rischi che si accettano quando si interroga il passato: non tutte le memorie sopravvivono intatte.
Ciò che conta è che almeno cinque o sei vini si siano incisi nella memoria con forza indelebile, diventando testimonianza vivente di quanto il Fiano possa raggiungere quando tutto – vigna, cantina, annata, conservazione – si struttura in perfetta armonia.
Fa poi per certi versi sorridere il pensiero che tutto questo sia avvenuto nell’arco di soltanto un paio di lustri da quello che può considerarsi un ideale anno zero della viticoltura bianchista, consapevole, irpina.
L’intruso e l’identità
E poi quando si assaggia Fiano di Avellino non ci si annoia mai, soprattutto quando in batteria ci finisce ‘per caso’ una bottiglia di Greco di Tufo della stessa epoca.
Non solo l’intruso non ha sfigurato, ma si è mascherato con tale abilità da far dubitare anche i palati più rodati (ma chi l’ha beccato subito s’è portato a casa l’ovazione della sala!).
La sua naturale ricchezza di bocca, quella che è sempre stata la carta vincente rispetto al Fiano, si fondeva nel contesto generale senza stridere, rivelando quanto sottile possa essere il confine tra questi due grandi vitigni irpini quando il tempo compie la sua opera equalizzatrice.
Che il Fiano sia più vino di testa e cuore, mentre il Greco più di bocca e pancia ce lo ripetiamo da tanto, così come, sulla carta, che il tempo sembri essere più galantuomo con il primo che con il secondo.
Eppure a volte gli assaggi storici più coinvolgenti hanno visto proprio il cugino ‘più rozzo e caciarone’ prendersi la scena strappando applausi.
Questa piccola beffa metodologica solleva una questione più ampia: cosa rimane dell’identità varietale quando i decenni sfumano i contorni, quando il territorio inizia a parlare più forte del vitigno? È una domanda che i grandi vini bianchi del mondo pongono sempre, e che qui, tra le colline dell’Irpinia, assume risonanze particolari.
La finestra ottimale e il paradosso della maturità
La saggezza convenzionale, gli assaggi ripetuti, le conferme ma anche le smentite, collocano la migliore finestra di fruizione del Fiano tra i sette e i dieci anni.
È lì che il vino trova il suo equilibrio magico, dove la freschezza giovanile non è ancora svanita ma la complessità della maturità ha già iniziato a manifestarsi.
È il momento in cui il Fiano di Avellino parla la sua lingua più persuasiva, svestendo la silenziosità compita dei primi anni e distendendo la sua trama gustativa in primis, aromatica di conseguenza, in un arazzo dai contorni via via più definiti.
Eppure, questa serata ha dimostrato (qualora ce ne fosse ulteriore bisogno) che esiste una vita oltre quella finestra, una seconda stagione che pochi produttori e ancor meno consumatori osano esplorare.
Una percentuale significativa di questi vini quasi ventenni non solo manteneva la forma, ma mostrava ancora interessanti margini di tenuta, prospettando potenzialmente ulteriori anni di golosa disponibilità. Non è longevità per se stessa – il feticismo dell’invecchiamento è sempre un vicolo cieco – ma è la prova che il Fiano possiede quella particolare scintilla architettonica che permette ai grandi bianchi di attraversare i decenni senza smarrire la propria anima.
Ancora incompiuto: potenziale e realtà
Se queste espressioni fossero totalmente rappresentative del livello qualitativo raggiungibile dalla denominazione, il Fiano di Avellino potrebbe agevolmente sedersi alla tavola dei più blasonati bianchi internazionali. Potrebbe dialogare da pari a pari con Borgogna, Loira, Mosella, Alsazia.
Possiede tutte le carte in regola: la complessità aromatica, la struttura non fine a se stessa, l’acidità, la mineralità, il grip, la tensione e il bilanciamento, la lettura del terroir e la sua minuziosa interpretazione, quella particolare capacità di evoluzione che è sempre stata l’indicatore più attendibile della vera grandezza di un vino bianco.
Eppure questo non avviene. Non ancora, almeno non con la sistematicità necessaria. Il motivo probabilmente salta fuori, magari non in maniera diretta, dagli assaggi della serata, concentrati su pochi produttori e ancor meno areali: manca ancora una significativa massa critica di produttori capaci di certi tipi di performance. I vertici ci sono, eccome. Ma tra i vertici e la media della denominazione si spalanca talvolta un abisso che nessuna retorica territoriale può colmare.

La grande stagione e successivo rallentamento
C’è stato un momento magico, a cavallo del nuovo millennio, quando sembrava che l’Irpinia del vino bianco fosse sul punto di compiere il grande salto. Una generazione di produttori, provenienti dal territorio, ha rapidamente preso ad imporsi all’attenzione generale. Nomi nuovi si affiancavano a quelli storici con una frequenza che prometteva una vera e propria rivoluzione qualitativa. Ogni vendemmia portava nuove scoperte, nuove etichette capaci di stupire.
Alle 3 zone iniziali si è affiancato prima Cesinali, nella parte più meridionale, con orizzonti più aperti, altitudini più contenute e profili più disponibili, e successivamente Candida, dove il paesaggio si fa nuovamente impervio, la termoregolazione rigida e la matrice territoriale cambia sostanzialmente.
Poi, negli ultimi quindici anni, qualcosa si è fermato. A parte pregevoli casi isolati – brillanti eccezioni che confermano la regola – non abbiamo più assistito alla stessa crescita esponenziale dei lustri precedenti. È subentrata una certa stagnazione del comparto, un appiattimento che contrasta drammaticamente con le potenzialità dimostrate dai migliori. Non si tratta di un declino, sia chiaro: il livello medio rimane dignitoso, spesso più che rispettabile. Ma rispettabile non basta quando hai le carte per aspirare all’eccellenza.
Le ragioni di questa stasi sono molteplici e complesse. C’è una questione generazionale: molti dei protagonisti della grande stagione sono ora in un’età dove consolidare è più importante che innovare. Una questione economica: gli investimenti necessari per raggiungere certi livelli qualitativi sono diventati sempre più onerosi, scoraggiando l’ingresso di nuovi player. Ma forse anche una certa stanchezza culturale, un ripiegamento verso formule consolidate invece che la ricerca continua che aveva caratterizzato i primi anni Duemila.
Il ragazzo si farà…?
L’augurio – più che un augurio, una necessità storica – è che si possa abbracciare in maniera via via più collettiva la consapevolezza di poter continuare a far crescere un territorio che ha ancora margini di sviluppo amplissimi.
Serve una nuova ondata di ambizione condivisa, un rinnovato spirito di scoperta che non guardi solo al mercato immediato ma alla costruzione di un’identità di lungo periodo.
Serve accettare la sfida del cambiamento, soprattutto quello imprescindibile legato al clima ormai fuori controllo, per quanto l’irpinia possa considerarsi, parzialmente, ancora una enclave felice da questo punto di vista.
Il Fiano di Avellino ha tutti gli strumenti per giocare un ruolo da assoluto protagonista nello scacchiere dei grandi bianchi internazionali.
Non come comprimario esotico, non come curiosità regionale da degustare una volta per dire di averlo fatto, ma come alternativa credibile e necessaria nel pantheon dei grandi vini bianchi da invecchiamento.
Queste bottiglie, con il diploma di maturità ben in vista sulla parete e ancora così tanta vita dentro, ne sono la prova tangibile.
Ma le prove isolate non bastano. Servono conferme sistematiche, serve quella profondità di panchina che solo una vera cultura collettiva della qualità può garantire.
Serve che più produttori osino, che più territori vengano esplorati nelle loro sfumature microclimatiche, che più consumatori imparino ad aspettare, a dare al Fiano quel tempo che esso richiede per esprimere la propria vera natura.
Le colline dell’Irpinia continuano a custodire segreti che aspettano solo di essere decifrati. Questi vini quasi ventenni ci hanno ricordato che il tempo, quando incontra la qualità, non è un nemico ma un alleato.
Ora tocca a noi decidere se vogliamo essere all’altezza di questo potenziale o se continueremo a guardarlo da lontano, ammirati ma inerti, mentre altri territori e altri vitigni ci passano accanto sulla strada della grande viticoltura internazionale.
La bottiglia è stata stappata. Il tempo ha parlato. Adesso serve solo il coraggio di ascoltare.
Gli assaggi che hanno colpito di più
Senza un ordine particolare, le bottiglie che hanno maggiormente impressionato:
- Rocca del Principe ’07
- Rocca del Principe ’08
- Guido Marsella ’06
- Vigna della Congregazione ’06
Appena un passo dietro
- Pietracupa Cupo ’05
- Vigna della Congregazione ’07
- Ciro Picariello ’08
Menzione Speciale
- Greco di Tufo Pietracupa ’08
