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Torraccia del Piantavigna: i Nebbioli nati da acqua e fuoco all’ombra del Monte Rosa

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La vista dalla Torre delle Castelle di Gattinara è uno spettacolo che lascia senza parole. Si ha la sensazione di riuscire a osservare il tempo, oltre allo spazio. Rappresenta l’istantanea di un panorama mozzafiato, che racchiude in sé migliaia di anni di trasformazioni. L’acqua del fiume e il fuoco del vulcano si sono alternati, forgiando la terra che oggi vediamo alle pendici del Monte Rosa. In questa cornice così particolare, le viti ci regalano gli straordinari Nebbioli dell’Alto Piemonte. È proprio qui che Torraccia del Piantavigna ha scelto di farci iniziare il viaggio alla scoperta di un territorio incantevole e poco conosciuto.

I terroir dell’Alto Piemonte

Almeno quattro tipologie diverse di suoli in una manciata di chilometri: è il segreto che rende unica al mondo l’area compresa fra le province di Novara, Vercelli e Biella. Inoltre, ciò permette ai vini prodotti di esprimere tutte le caleidoscopiche personalità del re dei vitigni, il Nebbiolo (Spanna), che in questo luogo si sente a casa.

Osservando dalla Torre delle Castelle, lo sguardo parte dall’anfiteatro morenico di Ivrea in lontananza e si posa dapprima sulle sabbie marine di Lessona, poi sui terreni misti di Bramaterra. Quindi, passa ai vigneti di Gattinara, che condividono con quelli di Boca il caratteristico suolo vulcanico. Infine, arriva ai “ronchi”, le colline di origine fluviale di Ghemme, Sizzano e Fara.

In aggiunta, anche se non visibile da qui, più a nord, si trova il substrato morenico, con un’alta concentrazione di graniti, delle Valli Ossolane.

Sullo sfondo il Monte Rosa, che, oltre a rendere incantevole il panorama, contribuisce a creare diversi microclimi a seconda delle zone, con notevoli escursioni termiche.

Il tempo, il fiume Sesia e il Supervulcano della Valsesia sono stati gli architetti di questo territorio. Circa 300 milioni di anni fa, infatti, c’è stata l’esplosione di quello che era a tutti gli effetti un vulcano. Ruotando su se stesso, ha rimescolato gli strati sottostanti e generato un blocco roccioso incastonato nella crosta terrestre. Oggi il suo fuoco non c’è più, ciò che rimane sono i suoli acidi, ricchi di ferro di Gattinara e i caratteristici porfidi rossi, rinvenibili soprattutto a Boca.

Con il passare dei secoli il fiume Sesia ha deviato notevolmente il suo percorso (circa 35-40°), formando i ronchi e contribuendo a plasmare l’Alto Piemonte come lo conosciamo oggi.

La Maggiorina

Ammirando queste colline, sulle quali riposano i vigneti circondati dai boschi, capita che lo sguardo si posi sulle Maggiorine, antico e tradizionale sistema di allevamento della vite, impiegato solo qui. La loro particolare struttura è stata perfezionata nel XIX secolo dal celebre architetto Alessandro Antonelli, originario di Ghemme.

Tre o quattro viti vengono piantate molto vicine fra loro, su un piccolo promontorio al centro di un quadrato delimitato da otto pali in castagno, ai quali si legano i tralci. Purtroppo, a causa della grande manodopera richiesta, nel corso degli anni il loro utilizzo è fortemente diminuito.

Storicamente nei vigneti a Maggiorina coesistono le varietà tipiche della zona: Nebbiolo, Vespolina, Croatina, Uva Rara ed Erbaluce.

L’Alto Piemonte interpretato da Torraccia del Piantavigna

La storia della cantina inizia verso la metà del secolo scorso, quando Pierino Piantavigna, distillatore, decide di impiantare un vigneto nei pressi del seicentesco castello di Cavenago. Il luogo scelto è proprio in prossimità di una torre diroccata, ancora visibile, in cima al colle chiamato “Torraccia”.

Oggi l’azienda ha 39 ettari di proprietà ed è in mano alle famiglie Francoli e Ponti. “Per omaggiare la passione e il lavoro del nonno, abbiamo deciso di dedicargli questa realtà, dandole il nome di Torraccia del Piantavigna”, spiega Alessandro Francoli, titolare della cantina e nipote di Pierino.

Da sinistra: Alessandro Francoli, titolare e Mattia Carlo Donna, enologo di Torraccia del Piantavigna

Le varietà allevate sono quelle tradizionali della zona, ovvero Nebbiolo, Vespolina e l’uva a bacca bianca un tempo chiamata Greco novarese, cioè l’Erbaluce, anche se tale nome attualmente non può comparire sulle etichette dei vini qui prodotti.

In campo si pratica la viticoltura sostenibile e la produzione è orientata verso una bassa resa per ettaro, con un’accurata selezione dei grappoli. Quando le uve, rigorosamente raccolte a mano, giungono in azienda, sono sottoposte a un’ulteriore cernita, prima di entrare nel processo di vinificazione. Questo si conclude per le due DOCG (Ghemme e Gattinara) con una lunga maturazione nelle storiche botti di rovere di Allier, prima dell’affinamento in bottiglia.

Per l’enologo di Torraccia del Piantavigna, Mattia Carlo Donna, il territorio va interpretato attraverso carattere e complessità dei vini. Il suo intento è la valorizzazione delle peculiarità del varietale, senza troppe interferenze in cantina.

La verticale in parallelo: Gattinara DOCG e Ghemme DOCG Vigna Pelizzane di Torraccia del Piantavigna

Per comprendere appieno le caleidoscopiche sfaccettature che il Nebbiolo riesce a esprimere in Alto Piemonte, Torraccia del Piantavigna ci ha regalato un viaggio spazio-temporale. Le nostre macchine del tempo sono state quattro annate di Gattinara DOCG e altrettante di Ghemme DOCG Vigna Pelizzane. La scelta, tutt’altro che casuale, è ricaduta su due tipologie di vini, nei quali il Nebbiolo in purezza riesce a raccontare con dovizia di particolari il luogo in cui nasce. In tal modo, offre un affascinante confronto fra due terroir così vicini, eppure diversissimi fra loro.

La Mostella – Colline Novaresi DOC Vespolina 2024

Ad aprire le danze è stata l’altra protagonista di queste zone, la Vespolina. Con la sua forte personalità e la sua intrigante speziatura, riesce sempre a sorprendere favorevolmente chi se la trova nel calice. La Mostella è arricchito dall’aggiunta di una piccola percentuale di vino ottenuto da uve stramature della stessa varietà. In cantina riposa per sei mesi in acciaio, prima di essere imbottigliato.

Da servire fresca, la Vespolina in purezza di Torraccia del Piantavigna regala l’intensità cromatica, olfattiva e la grande piacevolezza tipiche di questo vitigno autoctono poco conosciuto.

Gattinara DOCG 2016, 2014, 2007 e 2005

Quattro annate molto diverse a confronto, che hanno mostrato la straordinaria capacità del Nebbiolo di interpretare il medesimo terroir in base alle condizioni climatiche. Dall’equilibrio della 2016, che nel calice ha regalato complessità e intriganti sbuffi iodati, siamo passati alla 2014, considerata non ottimale a causa delle abbondanti piogge. In realtà, a chi lo assaggia oggi, questo vino riserva interessanti sorprese, grazie all’evoluzione, che ne valorizza l’importante balsamicità.

Abbiamo poi continuato con il Gattinara DOCG 2007, frutto di un anno molto caldo, che ha portato in bottiglia una percentuale di alcol leggermente più alta e maggiore intensità, pur mantenendo una spiccata acidità. Ben percettibili i sentori di piccoli frutti rossi maturi e quelli di fiori scuri appassiti. Infine, abbiamo terminato con il vintage 2005, buona annata, caratterizzato da grande finezza, piacevolezza e perfetta corrispondenza fra l’esame olfattivo e quello gustativo.

In tutti i calici, le note di rosa, viola, lampone, peculiari del Nebbiolo, sono state arricchite da quelle ferrose, a tratti ematiche e di sottobosco, distintive dei vini prodotti a Gattinara. In bocca, la vibrante freschezza non è mai mancata, anche dopo anni di affinamento. Tabacco, cuoio, sentori eterei e balsamici hanno reso il bouquet più complesso, in alcuni casi davvero seducente.

Ghemme DOCG Vigna Pelizzane 2017, 2015, 2010 e 2008

Spesso si sente dire che la caratteristica distintiva del Gattinara sia l’eleganza, quella del Ghemme la potenza, similmente a quanto avviene nelle Langhe, paragonando Barbaresco e Barolo.

La realtà è piuttosto diversa, come Torraccia del Piantavigna ci ha dimostrato attraverso le due verticali alto-piemontesi in parallelo.

Sicuramente meno conosciuto del Gattinara DOCG, il Ghemme DOCG è un vino intenso, profondo, dalla forte personalità. Gli aromi distintivi del Nebbiolo sono arricchiti da intriganti note di liquirizia, china, grafite, eteree e balsamiche. Inoltre, il tipico sentore polveroso, di cipria contribuisce a rendere il bouquet ancora più affascinante.

Nonostante la gioventù, l’annata 2017 ha mostrato un profilo gusto-olfattivo molto interessante, caratterizzato da una forte personalità e un ventaglio aromatico complesso, con sbuffi balsamici e di china, in aggiunta al lampone, alla rosa e alla viola. Al contrario, la 2015 si è rivelata più bilanciata, ma un po’ meno incisiva. Infatti, nel calice è risultata più “chiusa” rispetto alla precedente, pur presentando ottima tipicità e gradevolezza.

Il Ghemme DOCG 2010 si è dimostrato piacevolmente equilibrato, con la componente tannica e quella acida ancora ben presenti, ma perfettamente integrate. Del 2008 possiamo dire senza alcun dubbio che ci ha lasciato davvero senza parole. Frutto di un anno difficile, a causa di una tromba d’aria che a luglio fece molti danni, l’ultimo vino ha regalato una profonda espressività e una grande eleganza, sia al naso che in bocca. Un carattere deciso, capace di sorprendere grazie all’avvolgenza vellutata e all‘intensità inebriante.

Ghemme DOCG 2004

Come in ogni spettacolo che si rispetti, c’è sempre uno special guest in grado di attirare tutti gli occhi su di sé: ebbene, è successo anche in questa occasione.

Durante la cena presso l’Osteria del Caccetta a Briona, Torraccia del Piantavigna ha voluto coccolarci con un formato magnum di Ghemme DOCG 2004. Di fronte a bottiglie simili, occorre ricordare che il nettare di Bacco nasce soprattutto per suscitare emozioni, più che per ottenere punteggi. Proprio per tale ragione, nessuna descrizione tecnica può onorare un vino straordinario, che mi ha fatto sentire profondamente orgogliosa di appartenere a queste terre.

Torraccia del Piantavigna ed Eredi Angelo Baruffaldi: due eccellenze novaresi

Se Torraccia del Piantavigna ha portato l’essenza del territorio nel calice, i fratelli Baruffaldi lo hanno fatto in tavola, deliziandoci con i loro Gorgonzola DOP, considerati fra i migliori della zona.

Eredi Angelo Baruffaldi è un caseificio storico del Novarese, attentissimo alla qualità del latte, che viene lavorato entro le 24 ore dalla ricezione. Oltre al noto erborinato nelle due varianti (dolce e piccante), produce svariate tipologie di formaggi e latticini.

Dopo l’interessante visita allo stabilimento, la degustazione di Crescenza, Gorgonzola con mascarpone, Gorgonzola DOP dolce e piccante ed erborinato di capra ha soddisfatto i nostri palati. Inoltre, ci ha permesso di aggiungere un’altra importante tappa nel corso del viaggio alla scoperta dell’Alto Piemonte, un territorio ancora poco noto, ma ricchissimo di meraviglie liquide e non solo.

Claudia Pescarolo
Claudia Pescarolo
Metà piemontese e metà veneta, nelle mie vene non può che scorrere vino. Formazione scientifica, animo classico e profonda curiosità sono i miei ingredienti principali. Dopo la laurea in Medicina Veterinaria, il diploma di Sommelier e il master in Comunicazione per il Settore Enologico, ho deciso di dedicarmi alla mia missione: raccontare storie di vino, di persone, di passione e di grande bellezza.

Untold

"Untold - Quello che non è ancora stato detto del vino" è la prima edizione della guida ai vini d'Italia di Decanto distribuita in volume cartaceo e App nel 2024.

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