L’8 giugno scorso abbiamo partecipato a Lugana armonie senza tempo, l’evento organizzato dal Consorzio Tutela Lugana DOC nel parco di Villa Benni a Bologna. Una location elegante, un organizzazione curata e l’atmosfera da sera d’estate.
Ma la sorpresa più grande, come spesso accade in questi eventi ben costruiti, è arrivata nel bicchiere.
Quarantacinque cantine, oltre centocinquanta etichette, e prima ancora una masterclass che ha cambiato il modo in cui guardavo a questa denominazione.
Il Lugana: una DOC due regioni, radici moreniche e brezza del Garda
Il Lugana è una di quelle denominazioni che conosci di nome ma che spesso non hai mai approfondito davvero. Nata nel 1967 — prima DOC riconosciuta in Lombardia — si sviluppa lungo la piana morenica a sud del lago di Garda. Quello che pochi sanno è che è una delle rarissime denominazioni italiane a cavallo di due regioni: cinque comuni coinvolti, quattro in Lombardia (Desenzano, Sirmione, Pozzolengo, Lonato) e uno in Veneto (Peschiera del Garda).
Il territorio su cui poggiano i vigneti è figlio dell’ultima glaciazione: quelle argille compatte, bianche, calcari e difficilissime da lavorare: fangose dopo la pioggia, dure come pietra in estate, sono sedimenti morenici rimasti quando il ghiacciaio si è ritirato migliaia di anni fa. Un suolo capace di trasferire al vino una sapidità e una tensione minerale che non ti aspetti da un bianco di pianura.
A completare il quadro c’è il microclima. Le brezze temperate del lago regolano le escursioni termiche, tengono asciutta l’aria, limitano i rischi di muffa e funghi. Condizioni che valorizzano perfettamente il vitigno di questa zona.
Quel vitigno si chiama Turbiana — o Trebbiano di Lugana — e per anni è stato avvicinato al Verdicchio dei Castelli di Jesi, o genericamente etichettato come un Trebbiano di Soave. Gli studi più recenti stanno invece dimostrando che ha caratteri aromatici, fenologici e agronomici propri, distanti da quelli degli altri Trebbiano italiani. Meno produttivo, con grappolo piramidale compatto, buccia spessa, polpa acidula e struttura che in vinificazione produce qualcosa di sorprendentemente longevo e complesso.
Le tipologie previste dal disciplinare: e cinque anime della DOC
Il disciplinare prevede cinque tipologie, tutte basate sulla Turbiana per un minino del 90% e una quota di vitigni complementari a bacca bianca non aromatici, ma la tendenza attuale dei produttori è quella di vinificare la Turbiana in purezza.
Il Lugana base è il motore della denominazione: la tipologia più prodotta e diffusa. È il vino d’annata fresco e immediato. Va bevuto giovane, ma regge, come abbiamo potuto notare in degustazione, anche svariati anni in cantina, trasformandosi in un vino davvero interessante.
Il Lugana Superiore, introdotto nel disciplinare nel 1998, richiede almeno un anno di affinamento dalla vendemmia.
Il Lugana Riserva richiede almeno 24 mesi di affinamento, di cui 6 in bottiglia. È la versione più evoluta e longeva.
La Vendemmia Tardiva è la tipologia più sperimentale: uve raccolte tra fine ottobre e inizio novembre, senza appassimento in fruttaio. Il risultato non è un passito, ma un vino morbido e denso dove il residuo zuccherino viene bilanciato dall’acidità.
Lo Spumante, presente nel disciplinare dal 1975, si produce sia con metodo Charmat, sia con metodo classico.
La produzione oggi è di 28 milioni di bottiglie: il 60% finisce all’estero, con la Germania come primo mercato assoluto. Il restante 40% è consumato in Italia, con una concentrazione molto alta nelle zone limitrofe al territorio di produzione. Un paradosso non nuovo nel vino italiano: una denominazione forte fuori casa, ancora relativamente poco esplorata nel resto del paese.
La masterclass con Fabio Giavedoni: sei vini, una rivelazione
Prima del walk-around tasting, il consorzio aveva organizzato due masterclass riservate alla stampa e agli operatori HoReCa, condotte da Fabio Giavedoni. Abbiamo partecipato alla seconda sessione, “Identità e avanguardia del Lugana”: sei referenze selezionate per attraversare le diverse anime della DOC, dalle versioni più giovani fino a un’annata che avrebbe cambiato il pomeriggio.
Il primo vino — Arciera Lugana DOC 2025 — ha stabilito subito un’asticella alta: freschezza, eleganza, una piacevolezza al naso e in bocca che non lasciava spazio a riserve. Acido, lungo, centrato. Tra i tre 2025 assaggiati nel corso della serata, probabilmente il migliore.
Il terzo — Marangona Lugana DOC 2024 Tre Campane — ha confermato qualcosa che avrei poi ritrovato al banco d’assaggio con il produttore: un’armonia, una eleganza e una finezza che sono la firma stilistica di questa cantina.
Ma il vino che ha cambiato la direzione del pomeriggio è stato il sesto: Tenuta Roveglia Lugana DOC Limne 2012. Un 2012. Quattordici anni sulle spalle, affinato in acciaio. Eppure al naso e in bocca era ancora teso, acidissimo, in perfetto equilibrio. E con un sentore di zafferano che — in un territorio e con un microclima che teoricamente escludono la muffa nobile — ci ha fatto a tutti alzare un sopracciglio. Un’impressione di botrytis senza botrytis, frutto di una evoluzione che il vitigno sembra portarsi dentro come un segreto.

Da lì è partita la vera domanda della serata: come fa un bianco affinato solo sei mesi in acciaio ad arrivare a invecchiare così?
La degustazione i banchi d’assaggio della Lugana DOC nel parco di Villa Benni
Incuriositi da questa longevità così straordinaria, siamo partiti proprio dal banco di assaggi di Tenuta Roveglia.
Qui abbiamo assaggiato il Lugana DOC Limne in versione 2025, fratello giovane del 2012, fresco acido, godevole, poi il Lugana DOC vendemmia tardiva Filo di Arianna 2021 e infine tre Lugana DOC riserva Vigne di Catullo annate2021, 2014, 1997. Una bellissima verticale che a mio gusto personale non riesce comunque a battere quel Limne 2012.
Da lì abbiamo continuato a cercare cantine con annate vintage, per capire meglio questa trasformazione silenziosa che il vitigno compie senza aiuti particolari.
Cascina Maddalena ci ha offerto forse la verticale più eloquente della serata: Lugana DOC Capotesta annate 2025, 2020 e 2015. La 2025 piacevolissima ed equilibrata, la 2020 già in un territorio più complesso, e la 2015 — la vera sorpresa — trasformata in qualcosa che ricordava un Riesling. Idrocarburi, acidità ancora presente, morbidezza guadagnata con il tempo. Solo acciaio, solo Turbiana, solo anni.
Castrini Lugana con il Lugana DOC Mescolaro nelle annate 2025, 2021, 2019 e 2015 ha confermato la direzione: particolarmente interessanti la 2019 e la 2015, che mostravano quella stessa capacità evolutiva vista altrove.
Pasini San Giovanni ci ha riservato una doppia esperienza. Il Lugana DOC Sopravento 2025 è stato uno dei tre 2025 da podio della serata: fresco, preciso, difficile da dimenticare. La Riserva Busocaldo 2019, con affinamento sulle fecce, ha aperto un dialogo con il produttore che vale da solo la sosta al banco. Perché in fondo è questo il bello delle degustazioni: il vino che non ti convince ti racconta qualcosa quanto quello che ti entusiasma, e il confine tra giudizio tecnico e gusto personale è sempre più sottile di quanto si voglia ammettere.
Marangona si aggiudica il mio personalissimo premio eleganza. Tre vini — Lugana DOC 2025, Lugana DOC Tre Campane 2024 e Lugana DOC Cemento 2024 — con un tratto in comune. Le ultime due sono selezioni da vigneti di oltre quarant’anni con radici profonde nel suolo argilloso calcareo: Tre Campane fermenta in acciaio a bassa temperatura, Cemento in cemento. L’affinamento è poi identico per entrambe: fecce fini in sospensione in serbatoi di cemento naturale non vetrificato per 10-12 mesi, poi almeno altri 6 mesi in bottiglia. Tre vini, stessa firma, piccole personalità distinte: l’eleganza? Una costante.
Ultima tappa, Arciera: cantina giovanissima, due vendemmie all’attivo. La 2025 — già incontrata in masterclass — si conferma tra le migliori della serata. La 2024 porta con sé un risultato altrettanto brillante. Una cantina da tenere d’occhio, con quella rara combinazione di freschezza e consapevolezza stilistica che non sempre si trova a questo stadio di percorso.


